Lapidario è l’incipit di questa raccolta d’esordio, dove a imporsi fin da subito è una certa crudezza linguistica e una versificazione piuttosto brusca, una durezza di fondo volta a smantellare tanto l’apparato logico- dialettico, in quanto costruzione razionale di mondo, quanto un apparato retorico-formale quale elemento di consolazione estetica. Non sarà questa, evidentemente, la strada del giovane Autore che nell’immagine riflessa nella pupilla vede il Sé-Tempio, anticipo di future conquiste che faranno filtrare i primi filamenti luminosi nella terza e ultima parte di questo graduale del dolore. Giacché di questo si tratta principalmente questo primo affaccio al mistero del verso e della parola risuonante da parte di Emanuele Liberti: un testo sacro del dolore, alfine di provare a trovarne la causa e ragione, quel senso che, per buona parte del camminamento passionario, viene rimandata, implicitamente, alla poesia stessa, alla sua stessa, ingiustificata, salvifica esistenza. (dalla prefazione di Marco Filiberti)






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