“Amorgo, Amorgos, lembo cicladico sporto sulla Ionia, scottata dal vento sul discosto crinale d’una faglia, che trema; è il set d’anima aspro-amorosa su cui ondeggia, per primo stupore, la voce di Daphne Grieco (nome che porta in sé barbari flussi equorei e regioni arcane e ventose), nell’esplorare lungo il dorso d’una terra di nudo sasso: nel nervo d’una lingua emersa che, pietrificata, flotta nei marosi egei come un lungo delfino, o vi si affonda vacillante come esile vampiro d’acqua” (dalla postfazione di Tommaso Ottonieri)






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